Malattie croniche intestinali, cosa sono e come affrontarle

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Le malattie infiammatorie croniche intestinali (Mici) sono patologie che colpiscono l’apparato gastrointestinale (e in particolare il colon, l’ileo e il retto), sfociando nella malattia di Crohn e nella colite ulcerosa (CU).

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Stando alle più recenti statistiche, si calcola che in Italia almeno 200.000 persone convivono con queste patologie, e che in tutto il vecchio Continente sarebbero più di 3 milioni i pazienti affetti da problemi cronici all’intestino. Numeri che secondo altre osservazioni sarebbero addirittura sottostimati, e che nasconderebbero un forte incremento, e non solo nei Paesi ad alto reddito, finendo con il coinvolgere in maniera massiva i bambini e gli adolescenti (vere e proprie fasce di popolazione emergenti in questi ultimi anni).

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Giovani e giovanissimi, uomini e donne, che all’improvviso hanno a che fare con una malattia quasi sconosciuta caratterizzata da un’infiammazione cronica delle mucose intestinali che impone loro di rivedere la propria vita” – ricordava il quotidiano La Repubblica in un suo approfondimento legato alla nuova campagna sulle Mici.

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“Le Mici colpiscono in prevalenza tra i 16 e i 35 anni, in piena attività produttiva” – dice Ambrogio Orlando gastroenterologo all’ospedale “Cervello” di Palermo – “le due malattie hanno andamento cronico con riacutizzazioni e remissioni che nel 40% dei casi richiedono trattamenti aggressivi o l’intervento chirurgico”.

Pertanto, chi vive con le Mici vive spesso quello che è stato più volte definito come un “percorso a ostacoli”, con diagnosi che arrivano in forte ritardo: secondo lo studio Impact realizzato da Efcca, il 13% dei pazienti afferma che sono stati necessari quasi due anni per formulare una diagnosi certa e il 14% ha dovuto attendere cinque o più anni per ottenerla.

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Purtroppo, pertanto, il punto debole si rivela essere proprio il medico di famiglia, quello che per primo dovrebbe vedere e riconoscere i segni della Mici, e invia (spesso, con grande ritardo) il paziente al Centro di riferimento. Ancora, in tal proposito lo stesso quotidiano segnalava come “l’indagine Impact evidenzia che nel nostro paese il 71% dei pazienti ha dovuto assentarsi dal lavoro e il 19% lo ha dovuto fare per più di 25 giorni in un anno a causa di ricadute, visite mediche o ricoveri. Quasi il 40% ha dovuto cambiare lavoro e un paziente su due afferma che la malattia ha influenzato negativamente la carriera. Nel 20% dei casi la patologia ha causato la rottura di un legame affettivo”.

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