Cosa è la sindrome di Stoccolma (40 anni dopo)

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La sindrome di Stoccolma nasce, convenzionalmente, il 23 agosto 1973: in questa data un ladro di nome Jan Erik Olsson entra nella sede della Banca di credito svedese di Stoccolma con l’intenzione di compiervi una rapina. Qui trova quattro donne, che diventano suoi ostaggi e che intraprendono un comportamento psicologico noto come “sindrome di Stoccolma”: nei sei giorni di “crisi”, seguiti da tutte le televisioni della Svezia, Olsson viene di fatti “protetto” dalle donne, che acconsentivano spontaneamente a rimanere con il ladro, fino a passare sostanzialmente dalla sua parte.

Il culmine della sindrome venne quindi manifestata dall’ostaggio Kristin, che in una telefonata agli agenti di polizia affermò di “stare bene” e di “non avere paura dei ladri, ma solo della polizia”. Un atteggiamento che lo psichiatra americano Frank Ochberg trovò di grande interesse, fino a ribattezzare come “sindrome di Stoccolma” l’attaccamento tra vittima e carnefice nato in quei sei giorni di grande tensione.

Oggi, a 40 anni dalla sua “nascita”, la sindrome continua ad affascinare, contraddistinguendosi per una unica reciprocità e complicità tra due protagonisti, che finiscono con l’immedesimarsi gli uni con gli altri, manifestando lo stesso disgusto nei confronti del mondo esterno, quasi come se vi fosse una netta separazione tra le inconsapevoli parti della sindrome, e il “fuori”.

Per gli psichiatri di tutto il mondo, la sindrome è uno dei misteri più intricati che si possano analizzare, poichè rimane molto difficile cercare di penetrare e di comprendere casi limite in cui la violenza e la sopraffazione psicologica delle vittime rende queste ultime complici delle stesse gesta di malviventi, truffatori, rapitori. Tra le fattispecie più clamorose degli ultimi giorni, il lunghissimo rapimento di Natascha Kampusch da parte di Wolfgang Priklopil, o il triste espidoio delle tre giovani donne tenute in ostaggio per decenni da Ariel Castro e i suoi fratelli.

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